Evento di Teatro-Carcere
Domenica 26 aprile, ore 17:00
Entrata libera
Mente e cuore dell’evento è la regista Maria Cinzia Zanellato.
Lo spettacolo prevede la partecipazione
di alcuni detenuti della Casa di Reclusione “Due Palazzi”
e di studenti del “Collegio Universitario Gregorianum” di Padova
che condivideranno alcuni giorni di fraternità e preghiera
con noi in Monastero.
L’evento è il frutto di una progettualità basata sul recupero della relazione
come presupposto per ogni maturazione umana:
relazione con la nostra verità più profonda,
relazione tra le persone detenute
e tra le diverse realtà civili della società intera.
Il teatro in questo percorso diviene spazio di mediazione sociale
e di sensibilizzazione ai temi della Giustizia Riparativa.
Ringraziamo l’Associazione Universale sant’Antonio
per il sostegno di questa iniziativa così significativa.
INFO: Tel. e WA 0577 946057 | ospiti@monasterocellole.it

Babele, il linguaggio del cuore
Il cuore del messaggio evangelico è il valore assegnato alla relazione, all’incontro con l’Altro da sé. Che cosa succede quando troviamo il coraggio di guardare negli occhi il diverso?
Maria Cinzia Zanellato, direttrice artistica dell’intero progetto, ha cercato nel suo lavoro di formatrice questa risposta e quando nel 2022 ci ha proposto di essere crogiuolo di quella sperimentazione feconda che oggi è diventato uno spettacolo teatrale a tutti gli effetti, abbiamo subito accettato con entusiasmo.
Sulla scena, il farsi di un cambiamento: quello che tutti noi sperimentiamo nel trascorrere dei giorni che consumano la nostra vita e che ci rende tutti uguali e quello interno, che conosci tempi e modi diversi in ciascuno di noi ma che sempre, in ogni caso, non può che essere un percorso ”Da Babele alla lingua del cuore», come il titolo della rappresentazione suggerisce.
In scena, detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova e studenti del collegio Gregorianum si affidano alla forza autonoma delle Parole dello scrittore Erri De Luca per esplorare inattese dinamiche di cambiamento.

Il mondo chiuso del carcere viene messo a contatto con la totale apertura dei giovani, il loro essere immersi in un sistema di possibilità, in tasca ancora intatta la scelta di come vogliono occupare questo spazio che è la nostra vita. Seduti uno di fronte all’altro, questi sguardi rimangono fissi gli uni negli altri, offrendosi a vicenda un orizzonte.
Non facciamo l’errore di pensare che una parte abbia solo da dare e l’altra solo da ricevere: lo scambio è costante e a testimoniarlo è un percorso che dura da quattro anni. A testimoniarlo sono proprio gli studenti quando affermano: “Ho imparato che anche solo il mio pormi in ascolto era importante. Che non sta a me giudicare, non sta a me perdonare”.
Lo spettacolo ha ricevuto riconoscimenti importanti, dal Festival Biblico di Vicenza alla rappresentazione al DAMSLab di Bologna, contribuendo a diffondere il concetto del recupero della relazione e delle capacità comunicative come presupposto al reinserimento sociale.
Come sottolinea Maria Cinzia, anche noi facciamo nostro l’invito di Carlo Maria Martini a pensare a nuove e più coraggiose forme di giustizia penale, con il desiderio di combattere il male in maniera efficace e sostenere i condannati perché possano ritrovare quella capacità di bene che pure hanno nel profondo del cuore. “Noi siamo rifiuti” afferma Carlo in scena “perché siamo stati rifiutati”: ascoltate bene queste parole perché raramente vi accadrà di ascoltare una parola di altrettanto vera.
Al sicuro delle nostre case, nel conforto dei nostri affetti, tendiamo a pensare che il male che c’è là fuori sia altro da noi invece che cercare in noi una responsabilità, indovinare un legame, un ponte che non abbiamo saputo costruire.
E allora ecco che il vissuto entra nel tessuto recitativo a ricordarci che anche noi potevamo commettere quell’errore: ce lo ricordano gli attori che si slanciano verso la platea, rompono il confine immaginario con gli spettatori seduti per condividere anche con loro “quella volta che ho pianto”.
È una delle scene più toccanti e disturbanti, come ogni dimostrazione dell’inesistenza degli argini riesce ad essere, ma pensate alla forza di questa confessione: “quella volta che ho pianto”. È un detenuto a dirlo, un uomo recluso all’interno di un contesto a cui non può sottrarsi e in cui è tenuto a rispettare regole scritte e, soprattutto, non scritte.
Un uomo che ha qui la possibilità di confessare la propria debolezza in un sistema duro e a tratti inumano che lo vuole ancora rude, ancora brutale per non soccombere. Ecco allora che l’accesso a un sistema di pena alternativa consente al detenuto di vivere fino in fondo il valore fondativo del percorso di pena che deve volgersi al cambiamento e al ritorno in società.

Un detenuto che oggi non è più solo tale, non è più solo il suo passato, ma è un uomo che anche se solo per lo spazio di una rappresentazione può dire da uomo libero “quella volta che ho pianto”, subito riportato al sicuro, verso il proscenio, verso l’altare, dagli altri attori che lo riavvolgono nella sicurezza di un abbraccio.
La giustizia riparativa non è un percorso esclusivamente emozionale, esclusivamente spirituale: il cambiamento che nasce dentro deve informare la realtà e diventare agente concreto di miglioramento.
Secondo i dati del Ministero della Giustizia, al 31 ottobre 2025 sono 63.493 i detenuti presenti nelle carceri italiane: stiamo parlando di 189 istituti di pena che rispondono a una capienza di 52.249 persone. Non importa fare un calcolo per capire quanto possa essere difficile, in queste condizioni, cercare di riportare alla superficie l’Uomo.
Chi incontra la detenzione sul proprio cammino ci arriva talvolta per mancanza di nutrimento, di uno sguardo di cura, di possibilità di crescita: ecco che quello che abbiamo voluto fare, come comunità, è stato offrire questo spazio protetto, in cui ogni giudizio è stato sospeso, per creare un’ora d’aria che fosse tale, e che possa bastare anche quando sarà ora di immergersi di nuovo. Cellole, 26 aprile 2026

Coordinate geografiche: 43.4848356, 11.0058583
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